La tanto odiata dieta resta comunque qualcosa da rispettare.
Almeno in parte chi evita la pastasciutta perché in sovrappeso, sembra andare incontro a non pochi problemi.
Sette italiani su dieci non rinuncerebbero per nulla al mondo ai carboidrati, anche se dovessero affrontare una dieta forzata.
Gli affezionati della pasta, quando sono obbligati ad abbandonare l’idea di girare la forchetta in un bel piatto di “spaghetti”, sembra che non possano evitare di andare incontro ad una serie di problemi e non di poco conto.
Chi ne farebbe le spese, è il calo del desiderio sessuale, la depressione e il nervosismo nell’ambiente di lavoro.
Secondo un sondaggio condotto da un mensile che tratta argomenti sulla salute, su oltre 1100 persone intervistate con età compresa tra 21 e 65 anni, è emerso che:
rinunciare al tradizionale piatto di pasta può essere pericoloso per la stabilità fisica e psicologica.
Infatti il 20% dichiara di aver avuto un calo di energia fisica e psicologica.
Il 33% - dice - senza la pasta, avvertiamo un aumento di nervosismo.
Il 17% si lamenta addirittura per calo del desiderio sessuale, inoltre - secondo il 15% degli intervistati - rinunciare agli spaghetti, stando in compagnia di altre persone, potrebbe provocare malinconia e solitudine.
La storia infinita con la dieta, resta comunque un impegno da rispettare, almeno in parte.
Il 62% dichiara di averne iniziata una almeno una volta, ma soltanto il 32% è riuscito a finire la cura. Addirittura il 30% ammette con grande dolore, che se si ritorna alle reazioni alimentari abituali, si corre il rischio di riprendere facilmente il peso da cui si è partiti, trasformando così qualcosa di inutile un grande sacrificio, quello di aver dovuto rinunciare ad ogni costo a qualcosa di buono.
La maggior parte delle persone che iniziano una dieta dichiara di farlo principalmente per se stessi, precisamente il 75%.
Il 25% invece, perché costretto da problemi di salute.
La dieta preferita è, comunque, quella mediterranea, almeno per il 22% , mentre dal 18% viene scelta una dieta disintossicante.
Il 35% dice apertamente che fare la dieta è troppo impegnativo, soprattutto perché si deve rinunciare quasi sempre ai cibi preferiti.
Il 12% non solo non rinuncia mai alla pasta, ma non si fa mancare neanche il vino e la cioccolata.
Con la dieta mediterranea - dicono gli intervistati - ci troviamo bene, perché occorre rinunciare soltanto alla quantità, ma non alla qualità del cibo.
La pasta è legata essenzialmente all’infanzia, ci porta alla figura materna e ad un ambiente familiare.
“sono d’accordo con chi non vuole rinunciare alla porzione quotidiana di pasta, anche se può fare ingrassare un poco“.
Quanto al sesso - quando rinunciamo a qualcosa di nostro piacimento, è normale che potrebbero sorgere dei problemi sessuali, il sesso è legato principalmente all’emotività.
Forse un piccolo segreto per vivere meglio potrebbe essere: limitarsi nell’alimentazione e fare un poco di movimento, per non rinunciare così ai piaceri della vita.
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La mozzarella di
bufala è un formaggio fresco a pasta filata, tipico della Regione Campania,
ottenuto direttamente dal latte intero di bufala, attentamente selezionato da
allevamenti che ne garantiscono la freschezza e la genuinità.
Attualmente la
maggior parte degli allevamenti è localizzata nel sud ma altri allevamenti
stanno sorgendo anche al nord, fra il Ticino e il Mincio, incoraggiati da una
domanda crescente di prodotti bufalini.
Due ipotesi più
interessanti sulla provenienza dei bufali: quella che ha per testimone il grande
storico dei longobardi, Paolo Diacono, secondo il quale essi sarebbero arrivati
in Italia al seguito di uno dei capi barbari (Agilulfo, nel 596 d.C.) e
l’altra, che sostiene l’origine autoctona del bufalo italiano, anzi
mediterranea, sulla base delle significative differenze genetiche riscontrate
alle sequenze degli amminoacidi.
Fino all’inizio
del secolo scorso, comunque, l’allevamento del bufalo era diffuso in molte
regioni italiane: gli animali vivevano allo stato brado tutto l’anno, all’alba
venivano radunati nei pressi dei centri aziendali per la mungitura. Il bufalo
veniva adoperato per l’aratura dei terreni compatti e acquitrinosi, in virtù
dell’enorme forza sviluppata dalla sua potente muscolatura e della dimensione
degli zoccoli che non affondavano più di tanto nel terreno.
Quindi la storia
della mozzarella è legata alla storia della bufala e dei prodotti bufalini,
quotati già nel lontano 1601, come l’oro e il grano, alla borsa di Napoli e
Capua.
La crisi che
colpisce il settore bovino, per nostra fortuna, non tocca il genere Boss
Bubalus. Forse sarà perché gli italiani considerano la mozzarella di bufala una
sorta di “status symbol” sta di fatto che tutti la cercano, pochi la trovano,
ma quando è autenticamente ed integralmente bufalina è di colore bianco
porcellaneo, di forma globosa con una crosta sottilissima ed una superficie
lucida e lucente, né viscida né rugosa con una consistenza leggermente elastica
nelle prime 8-10 ore dopo la caseificazione e poi sempre più fondente. Al
taglio lascia scolare sierosità biancastre dal profumo di fermenti lattici.
Il sapore della
mozzarella di bufala è gradevolmente acidulo con un vago sentore di muschio che
rimanda agli umidi pascoli di cui si nutrono le bufale, per le quali il fattore
acqua è essenziale, essendo bestie prive di ghiandole sudorifiche. La storia
della mozzarella di bufala, oggi simbolo di una società immersa nel benessere
alimentare, è per ironia della sorte, storia di sofferenza di contadini
particolarmente poveri, la cui vita era fino a non moltissimo tempo fa
inestricabilmente legata a quelle bestie. Nei secoli passati infatti, come
riportano alcuni documenti, le condizioni di vita dei contadini meridionali
erano simili a quelle degli animali, con i quali spesso spartivano anche i
giacigli. Ed in questa desolazione la sorte dei bufalari era ancora peggiore:
costretti a vivere in zone paludose, afflitti dalle febbre malariche, schivati
dalla gente di paese, vivevano per tutto l’anno a contatto con gli animali.
Animali di
carattere imprevedibile e nervoso come tutti gli animali rustici, la bufala
unisce però in se una forte capacità di sopportare la fatica fisica ed inoltre
ha spiccate attitudini materne; ed infatti non dà il suo prezioso latte se non
ha vicino il suo bufalino. Tant’è che se il piccolo muore per non farle perdere
il latte, i bufalari oggi la ingannano facendole annusare la pelle del figlio.
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Qualche
anno fa o secoli? Andavamo in
trattoria…tavolino a quattro gambe, tovaglia a quadrettini, sedie
impagliate, e piatti andanti dal bel rumore di “coccio”, l’accoglienza ruvida e
bonaria del trattore con grembiule bianco e faccia rubizza. Un archetipo
rassicurante come la casa, la cucina semplice che oggi con travasi nostalgici
definiamo “come quella di nonna” e bisogna essere abbastanza grandicelli per
annoverarne una che si avvicendava tutto il giorno ai fornelli producendo
minestroni di verdura (quelli belli densi e odorosi di ortaggi stagionali),
rigatoni al sugo di carne, bistecca, arrosto di vitella col generoso intingolo
di vino ristretto insieme al grasso vero della carne (che allora ce lo aveva
perché non c’era da discutere sulla sua importanza), verdure cotte e frutta di
stagione. Per andarci non importava indossare il blazer la cravatta regimental
e le scarpe Church, nè leggere Capital con accanto una “fatale” tutta fasciata
e griffata. I bambini piangevano liberamente
a tavola, si mangiava “fuori” seppure con la sensazione di rimanere a
casa. Ma come d’incanto un’ineluttabile
correzione di tiro avviene sotto l’egida dei nuovi ricchi (mia nonna che
apparteneva di nascita all’aristocrazia li chiamava “pescecani”) quella specie
annidata nelle fila dei bocconiani ambiziosi, delle donne in carriera, degli
stilisti di nuovissima generazione, o nelle scuderie dei piazzisti di fondi di
investimento, venditori di viaggi esotici e stelle televisive. Ora va il
ristorante sfizioso raffinato ad oltranza o falso raffinato che scimmiotta lo
stile cosmopolita di New York o Parigi. Il ristoratore ha fatto corsi di
sociologia e marketing, ha abbattuto le pareti per creare un ambiente
minimalista, ha posizionato luci nei punti strategici, ha acceso candele rosse
su tovaglie di falsa Fiandra. Forchette e cucchiai sembrano strumenti da
giardinaggio in miniatura, i flute sono così stretti che per berci dentro
bisognerebbe preventivamente amputarsi il naso. I piatti sono di tutte le forme
fuorché tondi: rettangolari, quadrati, triangolari, oblunghi, perfettamente
adeguati al decoro. Il menu è scritto
elegantemente ma quasi sempre leggerlo e sentirsi assaliti dallo sconforto
dell’inconoscibile è tutt’uno. Così, seduti malamente ma molto eleganti con
sottofondo musicale di Brian Eno o indispensabili raccolte di Buddha bar si
alternano belle donne e begli uomini… abbronzati con denti bianchissimi,
vitaminizzati e danarosi. Non mangiano più, perché il significato del cibo è
stato modificato, assaggiano pochissimo.. di tutto, non fanno in tempo a sentire alcun sapore
alcun odore alcun piacere alcun amore… ma forse non erano venuti per
questo.. Dov’è andato a finire il Buon
Gusto?
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Le
tende di un padiglione si muovono col vento che diffonde il profumo di spezie,
rumore di cristalli e argenterie, sete e damasco di cuscini e tovaglie, la
musica delicata di un’elegante libagione viene percossa dal brusco tuonare di
un “rutto”!.. Proprio quella “..Emissione brusca e rumorosa dalla bocca di
aria.., considerata atto d’indecenza e volgarità” come propone il nostro
vocabolario della lingua italiana e che raggelerebbe qualsiasi desco
occidentale che invece in un paese come l’India viene considerato un
normale segno di apprezzamento verso il cibo e chi lo ha cucinato. In emisferi
diversi con climi e costumi differenti esistono usanze così divergenti che è
affascinante raccontarle. In India e in Oriente si mangia elegantemente con le
mani, non per una eredità arcaica o per ristrettezze economiche ma
semplicemente per instaurare attraverso il tatto un rapporto con gli elementi
nutritivi contenuti nelle vivande.
Delle
mani si usa la destra perché è la mano “impura”, mentre entrambe sono
scrupolosamente lavate prima e dopo il pasto.
L’uso
delle mani nei pranzi in famiglia è diffuso anche in Medio Oriente, i
commensali attingono tutti da un grosso piatto comune dove ognuno si serve
usando tre dita (pollice, indice, medio) e alla fine si consuma caffè fino a
quando girando la tazzina in senso orario non si darà il preciso segnale che
non se ne gradisce ancora.
Per
i membri delle comunità Sikh il cibo nel piatto deve essere rigorosamente
consumato perché qualsiasi avanzo rappresenterebbe un’offesa verso chi ha
cucinato nonché un insulto alla povertà. Pensiero che qualche volta i costumi
occidentali dovrebbero tenere a mente.
E’
oltremodo interessante osservare come nel mondo islamico, mostrare la suola
delle scarpe durante il pasto costituisca grave oltraggio così come per le
donne è a volte ancora vietato prendere parte a pranzi ufficiali o dividere il
tavolo con degli uomini, nei ristoranti degli appositi paraventi proteggono le
signore da sguardi “indiscreti”.
Il
rituale dell’ospitalità in Etiopia è ancora più preciso e vede a tavola il
padrone di casa che dopo aver inzuppato nel sugo un pezzo di pane lo porta egli
stesso alla bocca del suo invitato in segno di accoglienza e affetto. L’Estremo
Oriente con altrettanta raffinatezza previene i desideri dei suoi commensali
già nelle pratiche di cucina dove le pietanze vengono ridotte alla dimensione
di un boccone prima ancora di essere cucinate tanto da rendere inutile la
presenza dei coltelli sulla tavola .. o era solo una norma di prudenza vista la
loro grande abilità con le lame! Ma a parte disputare con noi la paternità
degli spaghetti loro si distinguono nel risucchiarli “rumorosamente” da brodi o
zuppe per meglio assaporarne il gusto… se Monsignor Della Casa avesse avuto gli
occhi a mandorla forse sarebbe normale anche da noi!
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